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L’uomo, la bestia e la virtù

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di Luigi Pirandello

CON MARIANNA DE PINTO, MARCO GROSSI, ENZO TOMA, MAURIZIO SEMERARO,FRANCESCO ANNOSCIA
SCENOGRAFIA RICCARDO MASTRAPASQUA
COSTUMI ENZO TOMA
MUSICHE MAURIZIO SEMERARO
REGIA MARCO GROSSI

L’uomo la bestia e la virtù è una farsa, unico esempio di commedia brillante nella produzione di Pirandello che, poco e nulla avvezzo a questo genere, vi si sperimentò nel 1919, ottenendo tra l’altro solo disapprovazione e sdegno dai suoi contemporanei, ignari che sarebbe diventata una della opere più conosciute e apprezzate del più rappresentativo autore teatrale del 900 italiano.
Il discorso pirandelliano abita comodamente questo genere ad esso poco familiare e batte implacabile sulla dilagante ipocrisia dei costumi borghesi. La dupicità della morale comune è materia prima della storia i cui personaggi appaiono, per ammissione del protagonista stesso, il Professor Paolino, “fuori bianchi come colombe, dentro neri come corvi, nel cuore fiele, in bocca miele”, sempre pronti a negare la propria natura più istintiva in nome di una morale sacra e inviolabile, almeno apparentemente.
La farsa è un po’ questo: racconta di fatti e persone con la vitalità inesauribile della realtà, tingendola di colori estremi e di emotività espressioniste, sorvolando la realtà da una distanza sufficiente a restituirle l’infinita leggerezza della risata spensierata. Tutto è vero e forte e vivo eppure la vita che vi pulsa dentro non è reale ma quasi il racconto fiabesco di quella realtà cui allude. Nella farsa i personaggi vivono passioni estreme e talvolta infelici eppure il loro strazio risulta buffo, strappa sorrisi e spesso fragorose risate di chi in quell’ esasperazione caricaturale vi si rispecchia, trovandovi il racconto esagerato di sventure che gli appartengono o di cui è comunque stato spettatore più o meno consapevole. La farsa è uno strumento di cinico e a volte sarcastico racconto dell’uomo che, al di là dei tempi e dei modi, al di là di contestualizzazioni e altri alibi, appare spogliato di ogni ipocrisia, nella sua misera e clownesca quotidianità.

LA TRAMA

La trama dell’opera è semplice e di sicuro effetto.
La signora Perella, donna virtuosa e timorata di Dio, moglie del brutale e violento capitano Perella, viene da quest’ultimo respinta come donna da anni a causa della doppia vita di lui, che notariamente ha una seconda famiglia a Napoli. Disperata cerca conforto e lo trova tra le braccia del Professor Paolino, tutore del figlio Nonò, uomo solo e dedito interamente allo studio delle lettere. Dalla fugace unione dei due nasce però un problema: la signora Perella si scopre incinta. Come giustificare la gravidanza al marito che da anni rifiuta di avere rapporti con la donna? Unica salvezza: costringere con un potente afrodisiaco il Capitano a compiere i suoi sacri doveri di marito nell’unica notte di permanenza a casa tra un suo viaggio e il successivo. Per far questo saranno coinvolti il dottore, il farmacista e l’ ignara cameriera, caratteri più che personaggi fondamentali – dediti a innescare la girandola di esilaranti equivoci che condurrà al rovesciamento di ruoli finale. Tutto per salvare le apparenze, per non contravvenire al dovuto pudore, per non contraddire la morale, per non vedere frantumarsi quelle maschere ­ che ciascuno porta a protezione di se stesso ­ e che nella farsa si deformano, tingendosi di grotteschi connotati sino a divenire in taluni frangenti volti mostruosi e disumani.

L’ADATTAMENTO TEATRALE

 

La farsesca costruzione delle apparenze lentamente si sgretola sotto i piedi traballanti dei personaggi, e con essa si sgretola la macchina teatrale che ne è rappresentazione. La regia vede quinte cascanti, fari che precipitano giù dalla graticcia e porte volanti che interagiscono con i personaggi chiamandone o impedendone l’uscita o l’entrata nello spazio scenico. Quest’ultimo dialoga suo malgrado con la storia e con gli stessi spettatori costretti a domandarsi dove finisca la volontà registica e inizi la casualità degli incidenti che si susseguono. L’impianto scenotecnico, apparentemente tradizionale, implode insieme alla costruzione inconsistente delle parvenze utili, insieme al quieto vivere in cui si barcamenano i personaggi. Il tutto fa da eco deformata a una crisi più generale e tutta contemporanea nel teatro, costretto a chiedersi, proprio nel momento in cui i consueti codici espressivi appaiono fondi di magazzino di un vecchio antiquario in pensione, quali possano essere le nuove strade da percorrere.

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