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Coltelli nelle galline

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di David Harrower
traduzione Alessandra Serra
regia Antonio Syxty
con Marianna De Pinto, Marco Grossi, Giuseppe Pestillo
scene e costumi Guido Buganza
luci e immagini Fulvio Melli
staff tecnico Alessandro Barbieri, Ahmad Shalabi
foto di scena Valentina Bianchi
direttore di produzione Gaia Calimani

“Il mondo, con i suoi tesori, è sempre davanti ai miei occhi. E io devo solo piantargli sopra un nome come quando pianto il coltello in una gallina. Vedo un albero e dico albero e vado avanti. Ma il mondo non ha solo alberi e io non so dare un nome a tutti i suoi tesori. Ogni giorno voglio sapere di più. Una pozzanghera pulita. Una carota più dolce delle altre. La terra fredda sotto la roccia. Il viso di un uomo la sera dopo il lavoro. I versi che fa una donna quando nessuno la sente. Ora i nomi devo trovarli da sola. Devo guardare bene tutto e scoprire cos’è.”
“Knives in hens” è il primo testo dell’autore scozzese contemporaneo David Harrower. Accolto con successo di pubblico e critica fin dal debutto a Edimburgo nel 1995, nel ‘97 vince a Berlino il premio della critica Theater Heute Best Foreign Play.
Già rappresentato in Francia, Olanda, Belgio, Scandinavia, Ungheria, Croazia, Serbia, Colombia, Australia e America, debutta in Italia grazie alla coproduzione Teatro Litta – Malalingua.

Lo spettacolo racconta la crescita spirituale di una giovane donna attraverso la conoscenza e restituisce alla parola la sua funzione primordiale di partecipazione al creato e di espressione di verità profonde, oltre la superficie empirica delle cose.
In un luogo e in un tempo indefiniti, uno stalliere tiene la sua giovane moglie in uno stato di apatica ignoranza (“Quello che sai ti basta, non devi pensare, poi dal paese ti vedono e si mettono a parlare, tu lo sai come sono fatti quelli”), ma quando la donna incontrerà il mugnaio, reietto della società perché “ruba la farina in cambio della macina e non sa neanche arare”, lo sconvolgimento derivato dall’apprendere che è possibile avere una propria idea del mondo e la scoperta della parola scritta la porteranno ad elevarsi da uno stato di primitiva segregazione a quello di persona consapevole di se stessa e della propria forza.

Coltelli nelle galline è una favola che sa fondere la legerezza poetica delle immagini con la forza espressiva dei personaggi, creature vive, abbandonate alla loro condizione primordiale, ad un quotidiano svuotato da ogni sentimento borghese, impassibile, granitico eppure fragile.

NOTE DEL REGISTA

 

Quando meno te l’aspetti succede qualcosa. E allora sei in grado di vedere quello che non riuscivi a
vedere prima. A me è successo quando ho letto un testo teatrale di David Harrower con un titolo
misterioso come Coltelli nelle galline.
In realtà l’avevo letto qualche anno prima, ma non ero riuscito a vedere quello che
sono riuscito a vedere anni dopo, a una seconda lettura. E’ stato come se il testo mi avesse aspettato.
Strano anche a pensarlo, o scriverlo, ma è stato proprio così.
E’ stato tutto più semplice di quello che ci si poteva immaginare, ma tutto il percorso è iniziato da una
frase della traduttrice Alessandra Serra che in una nota scrive “…questa magnifica e poco
compiacente opera che sembra tener conto più delle esigenze dei suoi personaggi che non quelle di un
eventuale pubblico”.
Non ci sembrava possibile ricondurre il mondo creato da Harrower in questa pièce a una mera
rappresentazione agreste. Le cose non tornavano e allora ci siamo chiesti quale ‘destino’ potevamo
ipotizzare per un linguaggio così misterioso, proprio perché primitivo. C’era qualcosa di sciamanico nel
percorso. Andava seguito, anche se non era semplice lasciare fuori il mondo.

Allora mi sono ricordato di Joseph Beuys in I Like America and America Likes Me una performance del
1974, e della Signora Ceppo di David Lynch (nel 1977) e della Loggia Nera e della Loggia Bianca di
Twin Peaks del 1990. Chissà perché, e chissà cosa c’entravano, ma ne valeva la pena.
E così sono nati L’Uomo Sotto La Coperta di Pony William, lo stalliere, e poi La Donna Con Il Ramo della
Giovane Donna, e L’uomo Con Il Sacchetto In Testa e le Mani di Carta di Gilbert Horn, ovvero il
mugnaio. Tutti e tre danzavano in un terreno disegnato nello spazio insieme a Guido Buganza e con la
luce di Fulvio Melli, dopo che avevo scelto fra le colonne sonore di Breaking Bad e The Walking Dead,
insospettabili complici di suoni, con Albinoni, Marin Marais e Philip Glass.
Ci siamo lasciati guidare, fino in fondo, didascalia dopo didascalia, come auna mostra di quadri sulla
vita possibile di tutti noi. La cosa bella è che i quadri galleggiavano nell’aria.

Antonio Syxty

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