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Ostinata Passione

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Tratto da “Con ostinata passione” di Gianluca Sciannameo
Con Marianna de Pinto
Drammaturgia di Marianna de Pinto
Supervisione artistica Marco Grossi
Luci e video Gennaro de Pinto

“Se si voleva ricostruire il Paese si doveva in qualche modo ripartire dalla narrazione di quello che c’era, dalla scoperta di un’Italia reale, con le sue miserie e le sue arretratezze, le rovine materiali e i traumi collettivi”.
Italia. Seconda metà degli anni Cinquanta. Il cambiamento si respira nell’aria. A raccontare, con spirito critico quella stagione così ricca di avvenimenti, tensioni, cambiamenti, c’è un piccolo gruppo di registi cinematografici che fanno del documentario un vero e proprio strumento di appassionata lotta culturale. Tra questi c’è una donna: Cecilia Mangini.
Sempre testarda e anticonformista, appassionata nel suo tentativo costante di raccontare un mondo che stava scomparendo, un universo incapace di resistere all’avanzata del progresso ma che ancora aveva “qualcosa da dire”. Una donna ostinata al punto da imporre la propria personalità in un ambiente tutto maschile, in un momento storico in cui le donne appena cominciavano un percorso di autoconsapevolezza che le avrebbe portate nei decenni successivi alla lotta per il riconoscimento dei propri diritti. Cecilia e il suo sguardo incastrato tra passato e presente, disposta a farsi voce e immagine utile a far sopravvivere l’identità di un popolo in evoluzione.
Lo spettacolo prende le mosse dal testo “Con ostinata passione” di Gianluca Sciannameo per eslplorare , attraverso la vicenda personale e professionale della regista Cecilia Mangini, l’Italia del dopoguerra con particolare riferimento alla condizione della donna da un punto di vista sociale e lavorativo. Il tutto per tentare di rispondere alla domanda finale: cosa, da allora, è cambiato?
La premessa:
L’appartenenza alla terra, i rituali legati alla raccolta, la sacralità di una vita mai semplice ma pur sempre necessaria come un destino, come il perpetuarsi delle stagioni; il rito della semina e della raccolta, della lotta e della sopravvivenza ai nemici, siano essi capri o padroni, il rituale della morte; tutto collocava l’uomo e la donna in un universo archetipico e comunitario. Il boom economico del secondo dopoguerra, il trasferimento dalle campagne alle città, la dimensione della fabbrica subentrata a quella dei campi, rappresentano gli elementi della grande rivoluzione dei costumi e dei ruoli. Ma quando il cambiamento non significa progresso, a cosa o a chi serve? E quando il progresso non significa miglioramento della qualità della vita dei più, cosa significa? Quando ti impongono di non essere più quello che eri, cosa diventi? E soprattutto cosa ne resta 50 anni più tardi? Cosa resta adesso? La donna custode della terra, dei campi e della famiglia. La donna sacra, maga, sacerdotessa e guaritrice. La donna che sola sa piangere la morte e sa trasformare il dolore in canto, il canto in grido da liberare nel vento, per liberarsi, per liberare e per dare un senso.
Dove è finita quella donna raccontata dai testi di De Martino, dalle immagini di Cecilia Mangini? Per cosa ha barattato la sua identità e il suo segreto?
Per raccontare questa storia servono degli occhi attenti che l’abbiano vista accadere, quelli di una donna, di un’intellettuale e di una documentarista, la prima documentarista donna d’Italia: Cecilia Mangini. Una storia, la sua che ci accompagna attraverso queste domande e verso risposte tutt’altro che scontate.
Le fonti

– “Con ostinata passione” di Gianluca Sciannameo
– “Non c’era nessuna signora a quel tavolo” documentario sulla vita di Cecilia Mangini di Davide Barletti
– “Stendalì”, “La passione del grano”, “L’inceppata” , “Essere donne” e altri documentari sceneggiati e diretti da Cecilia Mangini
– “Sud e Magia” e “La terra del rimorso” di Ernesto de Martino.

Durata: 60 minuti

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